04–05/10/2025
Partecipanti Progetto Sebino: Riccardo T.
Partecipanti gruppi esterni: Juri A.
Questo fine settimana niente grotta! Dopo i mesi intensi di esplorazione a Universi Paralleli in quel di Fonteno, per un motivo o per un altro non si è riusciti a organizzare nessuna punta. Colgo quindi l’occasione per passare un weekend tra amici in Valdaone, a Stabol, la baita in montagna di Juri.
Dopo un sabato tranquillo, la domenica decidiamo di fare un bel giro tra i graniti dell’Adamello (obiettivo: Còp di Breguzzo). Siamo io, Juri e il suo cane Sasha. Partiamo la mattina presto e, dopo un paio d’ore di cammino, il “local” mi propone una breve deviazione dal sentiero. Dopo una cinquantina di metri dentro un canale in secca, con stupore vedo l’ingresso di una galleria che si apre davanti a noi.
Juri racconta di averla trovata cinque anni prima durante uno dei suoi numerosi giri estivi in malga, aggiungendo che, a suo tempo, chiudeva dopo 3–4 metri. Incuriositi entriamo comunque, grazie alla frontale che mi ero portato dietro. Superiamo una grande volta di roccia e ci ritroviamo in una prima saletta con numerosi massi di crollo. Juri mi mostra quello che ricordava come il “restringimento finale”. Mi avvicino: non sento aria. Sto per tornare indietro, ma mentre mi giro percepisco un leggero soffio sulla faccia (la temperatura interna ed esterna sono quasi in equilibrio: circa 2 °C).
Propongo così a Juri di verificare fin dove si spinge davvero questa cavità; le speranze sono poche, visti i grossi blocchi di granito all’esterno. Passiamo il punto più stretto accovacciandoci e subito ci ritroviamo in un altro ambiente, largo una decina di metri e alto circa un metro e mezzo. Nessuna traccia di fango: sotto ai nostri piedi solo un abbondante strato di sabbia soffice. Avanziamo per una trentina di metri e, increduli, ci si apre davanti un meandro bianco come la neve.
Dallo stupore quasi dimentico che con noi c’è anche Sasha e inizio a scendere nel meandro. Gli ambienti sono fotonici e, dopo un piccolo saltino da disarrampicare, troviamo un primo bivio. Decidiamo di scendere a sinistra, dentro una condotta circolare di roccia bianca. A metà galleria, da una piccola finestra sulla destra, si sente il rimbombo dell’acqua che scorre: siamo senza parole. Dopo un centinaio di metri in questa galleria in discesa arriviamo a un sifone che ci blocca la strada. L’acqua è talmente limpida che quasi non si vede.
Decidiamo quindi, a malincuore, di uscire per ritornare più attrezzati. Per tutto il resto del giro fantastichiamo sulle frontiere esplorative aperte da questa inaspettata scoperta. Scendendo verso la macchina (accompagnati dagli ululati dei lupi alla luna piena) telefono a mio papà e gli racconto tutto: non è nuovo alle grotte in Valdaone, spesso infatti mi ha mostrato le diapositive delle sue avventure in Aladino.
Una volta a casa avviso tutti i Pischelli:
C’è una nuova grotta nel marmo in Valdaone che aspetta solo di essere esplorata: l’Era Bianca!
Riccardo

11/10/2025
Partecipanti Progetto Sebino: Riccardo T.
Pertecipanti gruppi esterni: Juri A.
In data 11 ottobre 2025, a una settimana dalla scoperta effettiva dell’Era, io e il Riky ci siamo trovati per salire assieme per la prima esplorazione seria, con un notevole misto tra curiosità, emozione e speranza che possa rappresentare qualcosa di interessante e che non si chiuda subito.
Purtroppo gli amici speleo di Riccardo non sono riusciti ad esserci; restano comunque impazienti di sapere come andrà questa prima uscita.
Ci siamo trovati per le 9 di mattina a Creto, per poi salire assieme; la strada forestale che ci porterebbe più vicino alla zona operativa, sfortunatamente, è ancora chiusa a causa di frane avvenute durante l’estate, quindi ci avviciniamo il più possibile e, raggiunti i cartelli che proibiscono l’accesso, parcheggiamo e proseguiamo a piedi, carichi come asini, perché d’altronde non abbiamo idea di cosa troveremo dentro ed è meglio essere preparati con tutta l’attrezzatura.
Arriviamo all’ingresso per mezzogiorno e qualcosa; il tempo di cambiarsi, caricare i sacchi e ci infiliamo nell’Era Bianca. Raggiungiamo velocemente il primo bivio; la scorsa volta avevamo preso la via a sinistra, raggiungendo un sifone, quindi stavolta andiamo a destra e proseguiamo da quella parte, scoprendo un ramo che continua sempre nel marmo bianco e che va a chiudere in due punti: uno in un tappo di fango, l’altro in frana.
A quel punto torniamo sui nostri passi e prendiamo una condotta in discesa, abbastanza larga da permetterci di restare in piedi, che ci porta fino a un sifone, oltre il quale, però, attraverso uno spazio tra l’acqua e la roccia di circa 30 cm, si intravede un’altra salettina dalla quale arriva aria. La cosa ci fa ben sperare! Quindi, tramite una corda fatta passare in un convenientissimo buco naturale presente sopra l’arco di roccia, opposizione sulle pareti laterali e miracoli di equilibrio, riusciamo a passare dall’altra parte, lasciando però i sacchi al di qua, visto che sarebbe stata una fatica superflua se poi ci fossimo resi conto che non proseguiva.
Ci ritroviamo in una piccola saletta, la quale per un secondo ci fa pensare che finisca tutto lì, dato che l’acqua che scende dal sifone dietro di noi va ancora a sifonare dopo appena due metri circa, ma poi notiamo una condotta alta circa 80 cm che si infila in fondo, nella parete destra della stanza, e da lì proseguiamo. Dall’altra parte della breve condotta ci ritroviamo ancora in ambienti abbastanza alti, nel punto dove probabilmente si ritrova l’acqua dell’altro sifone, quello da noi scoperto la scorsa volta, e dopo essere passati sotto una lama di roccia ci troviamo in una sala, alla cui destra si ritrova ancora l’acqua che va a sifonare, mentre sulla sinistra la sala risale di circa 5 metri, infilandosi da lì in un altro meandro.
Decidiamo di chiamare la sala “Sala BoboBio” in onore di un nostro amico a cui sta tanto a cuore la speleologia quasi quanto fare le faccende di casa, e proseguiamo lungo la risalita.
In cima entriamo in un ambiente quanto mai simile a un formicaio: condotte relativamente grosse si intersecano l’una con l’altra in tutte le direzioni, formando un groviglio di cunicoli bianchi come la neve, che danno l’idea di essere nel ventre di una slavina quando questa va a fondersi.
Dato che a destra il meandro chiude nel fango, ci infiliamo nel reticolo, scoprendo che, indipendentemente dalla condotta che si va a scegliere, ognuna porta poco più avanti allo stesso meandro. Poco più avanti troviamo sulla sinistra un piccolo pozzo alto circa 6 metri, ma non avendo attrezzatura proseguiamo, per scoprire poi che, seguendo un meandro che va a intercettare il nostro, riusciamo a bypassarlo da sotto e che, alla sua base, superata una fessura di roccia, vi è un altro pozzo, dal cui fondo arriva forte il rumore dell’acqua, sul quale si dovrà indagare un’altra volta.
Tornati sul Ramo Principale, dopo una discesa notiamo che la roccia subisce un’improvvisa mutazione di colore e di forma, passando dal bianco a un colore più scuro, che non mi arrischio a definire essendo daltonico, e a una forma che ricorda delle lame.
Arriviamo a un bivio e ci addentriamo a destra, che ci porta a una zona di frana e a dover passare sotto una lama di roccia nera per proseguire. Il ramo che stiamo percorrendo presenta la nuova roccia già citata, e il Riky comincia già a chiamarlo il Ramo Corrotto, a causa di una puttanata che avevo detto mentre salivamo in macchina.
Inoltre, i meandri e i condotti che esploriamo in questo ramo sono in buona parte completamente sporchi di fango fino al soffitto, anche se fango “secco”, la presenza di aghi di larice ed erba misti alla fanghiglia sul soffitto ci fa pensare che, quando la grotta va in piena, si riempia completamente d’acqua; visto che si parla di condotte anche alte un metro e mezzo, decisamente meglio evitare di essere nei paraggi in quei momenti.
Il Ramo Corrotto è parecchio labirintico; tuttavia riusciamo a esplorarlo in buona parte. Da riportare l’arrivo davanti a una sala entro la quale non ci siamo inoltrati a causa del passaggio su un balcone di fango decisamente poco ispirante, che si sporge su un condotto e che necessita magari del piazzamento di corde per mettere in sicurezza il passaggio, e di una sala che si trova appena al di sopra del punto della frana, praticamente all’inizio del ramo, rinominata affettuosamente da noi in loco in onore di un nostro amico che quel giorno non poteva esserci: Sala Fede C.
Dopo il Ramo Corrotto ci siamo inoltrati nell’altro meandro presente al bivio, il quale, dopo un inizio da fare a carponi, si riallarga e torna all’interno della vena di marmo bianco; proseguendo si ritrovano delle fessure nel pavimento, sul cui fondo scorre dell’acqua, e poco più avanti, sulla sinistra, un condotto che conduce a un sifone, dal quale parte una condotta dove l’acqua va a perdersi, da prendere in considerazione per una possibile disostruzione.
Andando avanti, il ramo va letteralmente a sfondare una lastra di roccia nera, su cui crediamo si sia sviluppata l’intera grotta, per poi però fessurare e infine chiudersi nel fango.
A quel punto siamo dentro da circa 5 ore e pensiamo di aver esplorato l’esplorabile senza attrezzatura, quindi ci dirigiamo verso l’esterno, oltrepassando il sifone con decisamente meno attenzione dell’andata, visto che ne veniamo fuori bagnati a metà, e recuperando l’attrezzatura, rivelatasi fondamentale in questa esplorazione…
Cambiatoci all’esterno, sotto il piacevole sole autunnale, riposiamo un po’ e poi ci ritiriamo verso la mia baita, a Staboletto, dove passeremo la serata e dalla quale torneremo in valle l’indomani, strafelici – devo dire – per il fatto che le nostre speranze si sono dimostrate vere, che la grotta si prospetta qualcosa di spettacolare e non vedendo l’ora di tornare su per proseguire con l’esplorazione e con il rilievo, fantasticando su cosa potremmo trovarci ancora dentro!
Juri

19/10/2025
Riccardo, quando deve smaltire qualcosa, cammina.
Chissà cosa doveva smaltire quel giorno d’inizio autunno, quando con l’amico Juri si è cacciato in uno dei luoghi più remoti della Val Daone.
Juri ha le doti giuste per diventare un ottimo speleo, e qualche difetto ancora da limare. Possiede una notevole resistenza fisica, voglia di battere i versanti e l’abilità di trovare buchi che ancora nessuno aveva notato. Manca un po’ di occhio al buio: alla prima ricognizione, da solo, quell’enorme ingresso gli era parso troppo. Per fortuna, ritornato sul posto col prode Riccardo, quest’ultimo non c’ha messo molto per scoprire l’ampia via che scende.
Il messaggio arrivato nel gruppo mi aveva trovato inizialmente scettico. Val Daone? La conoscevo per le cascate di ghiaccio e per le belle vie sui funghetti dello Scoglio di Boazzo, ma di carsico mi pareva ci fosse poco. Poi Riccardo ha cominciato a parlare di marmo, e l’attenzione si è alzata di colpo: che sia una nuova Aladino? Il colpaccio potrebbe essere grosso.
La squadra per un’esplorazione è presto formata, ma l’unica data disponibile per la metà di noi è quella successiva a un’esercitazione col soccorso. Poco male: in quattro usciamo da Area 58 a mezzanotte e, alle cinque e mezza, siamo già a destinazione, perfino in anticipo per la colazione.
È confermato il bel gruppo che si è formato a Fonteno: io, Federico B. Gianluca P. Alex R. e Riccardo T. a cui si aggiungono il saggio Claudio F. il geologo Giacomo C. e, ovviamente, il local Juri A.
Il lungo avvicinamento a piedi è perfetto per scrollarsi il sonno e ammirare la montagna d’autunno, ma le vere emozioni cominciano all’ingresso. Il contatto tra i corpi filoniani che si protendono dal plutone dell’Adamello e i calcari metamorfosati a marmo è evidente. Il largo e basso salone conduce ben presto ai primi condotti carsici che scendono. La temperatura è frizzante, soprattutto se si ha ancora il sottotuta bagnato dal giorno prima, ma per fortuna la progressione è semplice e rapida. E la bellezza della grotta distrae.
Il colore della roccia è latteo, ma la vera sorpresa ci attende dopo il primo sifone (per fortuna transitabile quasi senza bagnarsi). Inizia un sistema di gallerie con continui incroci a quattro o cinque vie, anelli che si ricollegano in diversi punti e a diversi livelli. Un labirinto dove ci aggiriamo per ore, capendo di esserci già passati solo dalle impronte nella sabbia morbida che ricopre il fondo (bello, per un po’, abbandonare l’onnipresente fango sebinico).
Senza disostruzioni e con pochissima corda – attrezziamo giusto il passaggio del sifone e un paio di saltini, mentre io scendo un pozzo che chiude sifonando su detriti – esploriamo probabilmente un chilometro e mezzo. Sarà da tornare a completare il rilievo e iniziare a studiarlo per capirci qualcosa. In mezzo a pareti di marmo così lucido e cristallizzato da apparire di ghiaccio, troviamo delle vie d’acqua che scendono, apparentemente da due direzioni differenti, e molta aria, che fa ben sperare in grosse prosecuzioni, considerando anche la quota d’ingresso e il fatto che la grotta era quasi in equilibrio termico con l’esterno.
La neve e l’oggettiva pericolosità di molti meandri, dove i segni delle piene dovute allo scioglimento primaverile sono ben visibili su quasi tutti i soffitti, fanno temere che l’esplorazione dell’Era bianca si farà desiderare nel corso del tempo, ma promette anche di accompagnarci per molti anni speleologici.
Chapeau ancora ai giovani scopritori.
Alessandro.

30/12/2025-1/1/2026
Partecipanti Progetto Sebino: Federico B. (PS), Riccardo T. (PS),
Partecipanti gruppi esterni: Juri A. Cristian P. e Michele R. (Nottole)
La spedizione per l’esplorazione all’era bianca comincia martedì 30 dicembre. Io e Cristian ci incontriamo all’Edonè di Bergamo dopo pranzo e, dopo aver caricato velocemente i bagagli in macchina, ci dirigiamo verso Brescia dove Riki e Fede ci aspettano. Riki offre gentilmente di portarci con la sua auto e noi accettiamo di buon grado. Dopo aver fatto il pieno partiamo carichi a molla in direzione Val Daone. Arrivati in zona incontriamo un esemplare femminile della fauna locale che prontamente salutiamo con la sirena da treno della macchina di Riccardo. Il saluto viene ricambiato con un sorriso, il che rischia di distrarre la squadra dall’obbiettivo dell’intera uscita: l’esplorazione. Attorno alle 14.30 raggiungiamo Juri che già ci aspettava nel parcheggio vicino all’imbocco del sentiero che conduce al paese di Stabol, dove si trova la baita nella quale passeremo i prossimi giorni. La strada pastorale è troppo innevata per essere percorsa con le auto che abbiamo a disposizione, ci tocca dunque camminare. Arriviamo alla baita di Juri con gli ultimi raggi di sole e finalmente accendiamo la stufa per riscaldare l’ambiente. La serata passa tra birra, tanto cibo, giochi di carte e residui bellici. Ci corichiamo presto: all’indomani la sveglia sarà spietata e dobbiamo riposare.

31/12/2025
La tanto temuta sveglia suona inesorabile alle 6.00 di mattina, orario deciso la sera prima di comune accordo tenendo conto delle ore di camminata che ci aspetteranno sul sentiero e con l’intenzione sfruttare il sole per percorrere il canale ripido che conduce alla grotta, sia in salita che in discesa. Dopo una breve colazione ci mettiamo in cammino percorrendo le strade del paesello deserto ancora al buio. Nonostante Juri sostenesse fermamente che la temperatura non superasse pochi gradi sotto lo zero, future indagini ci hanno portati a sospettare che in quel momento fossimo a più di meno dieci gradi. Dopo un paio di ore di sentiero in mezzo alla neve raggiungiamo il canalone con la luce, come preventivato. Fortunatamente la parte più ripida del sentiero è privo di neve, il che facilita la salita e la rende non pericolosa. Giungiamo all’ingresso della grotta prima che il sole riesca a battere sopra di noi, il freddo si fa sentire parecchio! Ci cambiamo al volo nell’antro d’ingresso della grotta e spostiamo gli zaini in zone più interne per evitare che ghiacci tutto. La grotta, già affascinante per natura, è abbellita da innumerevoli concrezioni di ghiaccio, che provvediamo immantinente a distruggere. Preparate le sacche decidiamo di formare le squadre ed assegnare i lavori: Riki, Fede e Juri andranno a fare la risalita nel salone finale mentre io e Cristian disostruiremo uno o due passaggi lì vicino. Ci dirigiamo così verso il primo sifone della grotta. Grazie ad una prospezione fatta da Juri e suo padre qualche settimana fa, già sapevamo che tutte le parti sifonanti della grotta erano asciutte, quasi sicuramente grazie al congelamento dei terreni sovrastanti. Giunti in loco appuriamo che fortunatamente lo sono ancora. L’assenza di acqua ci permette di scoprire un passaggio solitamente sommerso; decidiamo di percorrerlo: tanto… quanto mai potrà continuare? Fede e Juri entrano per primi, io li seguo, Riki e Cristian stanno per ultimi per topografare. Dopo poche decine di metri di cunicoli Fede riconosce un punto noto: è un altro sifone esplorato la volta precedente che ora è asciutto. Da qui Fede e Juri si separano percorrendo due vie diverse, io decido di aspettare i topografi per comunicargli tutte le informazioni e recuperare il martello. I cunicoli sono infatti stretti, per renderli più dolci occorre smartellare un po’. Decido di prendere la strettoia di Fede che già da qualche minuto non si sentivo più: evidentemente la grotta continua senza intoppi. Dopo qualche decina di metri incontro un meandro laterale dal quale riesco a sentire i ragazzi dietro che ancora si trovavano al secondo sifone, capisco subito che quella è la via dove si è infilato Juri che forma dunque un anello con quella di Fede: i due sono di sicuro davanti a me, ma ancora non riesco a sentirli. Percorro meandri stretti per circa mezz’oretta martellando qua e là per rendere il passaggio più comodo ma ancora non riesco a sentire nessun rumore davanti a me, l’unico indizio del fatto di non essere il primo a passare sono le orme lasciate sporadicamente negli accumuli di sabbia. Fortunatamente giunto in una saletta sento le voci dei ragazzi che stanno tornando indietro. Dicono che dopo un altro centinaio di metri il cunicolo chiude. Decidiamo così di infilarci in un paio di vie laterali che sembrano continuare. A questo punto è più di un ora che stiamo esplorando il “ramo sommerso” e ci rendiamo conto che la torcia di Juri ha quasi finito tutta la batteria. Siccome le sacche con le batterie di riserva sono state lasciate al primo sifone, io e Fede decidiamo di accompagnare Juri a recuperarle nonostante il ramo parallelo dove ci trovavamo continuasse. Nel tornare incontriamo gli altri e gli raccontiamo come continua la grotta per facilitargli la topografia; il rilievo del nuovo cunicolo ha raggiunto ormai quasi 300m di sviluppo ed ai topografi manca ancora parecchia strada da percorrere. Giunti al sifone e recuperate le batterie decidiamo di riorganizzare le squadre: Juri tornerà dagli altri per aiutarli nell’esplorazione e nella topografia mentre io e Fede andremo a fare la risalita. Ci salutiamo e ci promettiamo di trovarci attorno alle 16.00 in modo da riuscire a scendere il canalone con la luce. Ci mettiamo così in cammino. Lungo la strada decidiamo di armare un piccolo traversino per rendere più sicuro l’attraversamento di un pozzo viscido. Giunti nel salone appuriamo che il tempo non è sufficiente per ultimare la risalita, decidiamo così di scendere un pozzetto laterale ed armare una sosta per chi farà sicura durante la futura risalita. Armo dunque il pozzetto e mi calo, Fede mi segue. In fondo si aprono svariati cunicoli ma nessuno dà molta speranza, sicuramente per renderli percorribili occorre lavorare ma probabilmente si sviluppano in zone già note o sotto la frana. Risaliamo il pozzetto e Fede arma la sosta mentre io disarmo tutto. Visto l’orario decidiamo di tornare sperando di incontrare gli altri. Giunti al sifone sentiamo voci: saranno usciti? Scopriamo che a parlare è Cristian, che si è sentito male ed è tornato alle sacche per prendere una tachipirina, ora sta aspettando gli altri già da un’oretta. Iniziamo così a preoccuparci di non riuscire ad uscire con la luce, ma proprio mentre stiamo discutendo di ciò sentiamo dei rumori in lontananza: stanno tornando! Ricongiunta tutta la squadra ci avviamo verso l’uscita portandoci dietro il peso del materiale da disostruzione rivelatosi totalmente inutile. Ci cambiamo e dopo qualche sorso di acqua ormai diventata granita usciamo dalla grotta ed iniziamo a scendere per il sentiero, fortunatamente ancora illuminato. La discesa procede tranquillamente e per ora di cena arriviamo in paese. Ad accoglierci c’è un gruppo di ragazzi che sta festeggiando il capodanno in una baita vicino alla nostra: la preoccupazione ricade immediatamente sul numero di esemplari femminili presenti in loco. Dopo un rapido sopralluogo ne contiamo 3 su 10: la razione di sicuro non è favorevole. Torniamo così in baita prepariamo la cena. Il banchetto è molto ricco e la birra non manca: si prospetta un’ottima serata. Purtroppo, però, dopo aver mangiato abbondantemente, il tepore della stufa e la stanchezza inibiscono i nostri sensi ed attorno alle 22.00 collassiamo tutti sulle sedie o sui letti. Ci risvegliamo fortunatamente poco prima della mezzanotte: giusto in tempo per festeggiare il nuovo anno! Per festeggiare al meglio decidiamo di utilizzare il materiale da disostruzione avanzato per demolire un sasso allo scoccare della mezzanotte. Il piano riesce e ci riteniamo tutti appagati del nostro operato. Mangiato il panettone e bevuto lo spumante, all’una ci corichiamo.

1/1/2026
La mattina veniamo svegliati dalla luce del sole. Prepariamo una veloce colazione e capiamo cosa fare. Juri propone di farci da guida per un breve giretto nel bosco dietro al paese per mostrarci alcuni reperti bellici e qualche fortino austriaco abbandonato, noi accettiamo. Per pranzo mangiamo la polenta alle patate con sgombro e fagioli con speck avanzati dalla sera prima, inoltre per finire le scorte prepariamo un riso totalmente affogato in 4 tipi di formaggi diversi. Dopo pranzo puliamo la baita, prepariamo gli zaini e ci avviamo verso valle. Arriviamo al parcheggio attorno alle 14.00; le macchine sono completamente brinate e le acque totalmente ghiacciate: l’ipotesi dei 10 gradi sotto zero del giorno precedente viene avvalorata. Nel tornare facciamo un salto a casa di Juri per salutare tutta la sua famiglia e ringraziarlo dell’ospitalità. La spedizione è stata impegnativa e le temperature miste alla neve non hanno aiutato; tuttavia senza questo freddo non saremmo riusciti ad accedere al ramo sommerso, dunque ci riteniamo molto soddisfatti. La topografia rivela che abbiamo esplorato quasi 500m di nuovi cunicoli che quest’estate non saranno più accessibili. Tali meandri non sembrano continuare, sono però molto affascinanti per le forme ed i colori che si osservano; chissà se in futuro qualcuno tornerà per farci un giro.
Michele
INQUADRAMENTO GEOLOGICO
L’area compresa tra la Val Camonica e la Valle del Chiese è caratterizzata dal massiccio intrusivo dell’Adamello, che è il maggiore corpo intrusivo alpino (670 km2). E’ un batolite composto da quattro plutoni principali tonalitico-granodioritici, numerose masse gabbriche periferiche e vari sistemi filoniani, intrusi all’interno del basamento sudalpino e delle coperture sedimentarie permo-triassiche.
Il batolite mostra contatti di tipo intrusivo, netti e discordanti, generalmente ben preservati al suo contorno. Questa intrusione ha prodotto un’aureola metamorfica molto irregolare, estesa talora per una larghezza di 2 km e diffuse strutture deformative (strati immergenti verso l’interno del plutone, tettonica sin-intrusiva…). La successione sedimentaria ha subito processi riconducibili al metamorfismo di contatto (per le alte temperature del plutone), che hanno “trasformato” le unità calcareo-dolomitiche in marmi.
La grotta “Era Bianca” si apre a 2097 m di quota in Valbona, una laterale della Val di Daone, nell’anfiteatro glaciale tra le vette del Graper di Stabolone, Cima Valbona (2889 m s.l.m.) e La Uzza. La cavità si sviluppa interamente nei marmi del Calcare di Esino, a poca distanza dal contatto con la sottostante Formazione di Wengen, anch’essa metamorfosata. Qui il Calcare di Esino si mostra generalmente massivo e mal stratificato ma diffusamente fratturato. L’andamento della grotta è fortemente influenzato dai principali sistemi di discontinuità dell’ammasso roccioso, come fratture, faglie, strati e i corpi filoniani di colore bruno scuro-nerastro che si protendono dal plutone e dalle masse femiche.
Geol. Giacomo C.
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